personaggio della disney frozen

La treccia di Frozen. Quello che i bambini ci insegnano.

Vi voglio raccontare un piccolo aneddoto della mia vita personale successo un paio di giorni fa e che mi è balenato in mente dopo aver incontrato persone che alla domanda “come va?” la risposta era del tipo “tutto nella normalità, la solita routine”.

Domenica scorsa, dopo una giornata al mare (eh sì…noi siciliani abbiamo questa fortuna di poter andare al mare anche in pieno settembre!) passo a casa dei miei per salutare tutta la ciurma: genitori, fratelli, cognate e nipotini annessi.

I miei nipotini non sapevano che sarei passata, quindi, quando ho bussato nella porta della cameretta e ho aperto la porta mi sono fatta trovare da loro con un viso buffo a dire…”e voi diavoletti…che state combinando???”.

Quando mi hanno visto, Carla ed Andrea mi sono saltati addosso gridando “ziaaaaaaaaaaa!!” con l’espressione di chi non si aspetta di vedere una persona.

Poi Andrea che mi era saltato tra le braccia come fosse un piccolo canguro, mi guarda con due occhi meravigliati di cerbiatto e mi dice “zia…ma hai la treccia di Frozen” come se avessi chissà quale qualità da eroina, come se fossi stata investita da chissà quale luce di superpoteri.

Carla rinforza la dose, guardando il cugino, “vero zia!! E’ la treccia di Frozen…anch’io la voglio zia..me la fai?”.

Ora chi ha figli e/o nipotini in età prescolare sa già chi è Frozen e non ve lo sto a spiegare, ma una cosa è certa.

Tornavo dalla spiaggia sudata e accaldata, con una treccia fatta per raccogliere i capelli e sentire meno caldo: una visione molto lontana da quella della magica e luccicante Frozen, ma in quel momento loro mi hanno accolto come se fossi stata Frozen, perchè avevo la treccia di Frozen e questo a loro bastava!

Un piccolo particolare si è trasformato in un’occasione di ilarità e gioco.

Ecco quello che i bambini mi insegnano! Ogni cosa dipende da come la guardi e dai un valore diverso.

I bambini guardano con incanto e stupore ogni cosa che passa sotto il loro naso.

Ed io voglio vivere così, imparando a guardare gli altri come se avessero la treccia di Frozen ed incontrare gli altri come se fosse sempre qualcosa di speciale e non la “solita routine”.

E tu? Sei disposto a cercare la treccia di Frozen?

 

rana in gesto di diniego

Cosa si nasconde dietro un NO? Il significato di un NO

Oggi parlavo con una mia paziente della sua difficoltà di riuscire a dire di NO. Ammettilo…è capitato anche a te!

 

Il problema è che per lei diventa davvero difficoltoso trovare il modo di dire di NO al punto tale che si inventa incredibili scuse per imbellire il suo NO, che riesce a dire solo dopo numero tentennamenti e lasciandosi dietro tante emozioni negative.

Ma non riesce neanche a tollerare un NO da parte degli altri perchè lei si fa in quattro per tutti e “...non è giusto che quando io chieda qualcosa mi si venga detto NO…non me lo merito

 

Perchè è così difficile dire di NO o accettare un NO come risposta da parte degli altri?

 

Un NO ci fa provare sempre emozioni negative. Perchè?

 

Innanzitutto un NO rappresenta spesso un RIFIUTO sia che siamo noi a dire di NO o sono gli altri a dircelo.

Se siamo noi a dire NO, ciò rappresenta un rifiuto verso gli altri e questo ci provoca SENSI DI COLPA.

 

Come superare questo senso di colpa?

Chiediti, innanzitutto, se ciò a cui hai detto di NO è una richiesta RAGIONEVOLE. Se, infatti, tale richiesta è qualcosa che non vuoi o non puoi fare non puoi sentirti in colpa.

Se tuo figlio ti ha richiesto l’ennesimo cellulare alla moda dopo averglielo già comprato un anno fa, non puoi sentirti in colpa se non vuoi/puoi correre dietro a capricci adolescenziali. Decidi tu se ti sembra una richiesta ragionevole o meno, magari riesaminando cosa comporta per te un eventuale SI.

Ritornando all’esempio della richiesta di acquisto del cellulare…cosa comporta se decidi di acquistarlo?

  • Spendi soldi che in questo momento non vuoi/puoi spendere?
  • Cambi destinazione di spesa rinunciando a qualcosa di più utile per te, tuo figlio o la tua famiglia e ciò ti provoca frustrazione perchè devi scegliere?
  • Che messaggio vuoi dare a tuo figlio?
  • Cosa cambierebbe se tu dicessi SI?

Un NO o un SI nascondono dietro di sè tante sfumature e tanti significati.

 

Quando siamo noi a subire un NO, in questo caso  spesso avvertiamo un rifiuto degli altri verso noi stessi: ciò frusta il nostro continuo BISOGNO DI APPROVAZIONE.

 

In realtà, ciò che dovremmo bene tenere in mente è che se ci viene detto un NO non si tratta mai di un RIFIUTO VERSO LA NOSTRA PERSONA  MA VERSO LA NOSTRA RICHIESTA.

Se mio padre  ha detto NO al nuovo cellulare supermegagalattico non è perchè mi sta rifiutando, non è perchè non mi vuole bene, non è perchè per lui non esisto ma ha semplicemente ha detto di NO ad una richiesta che per lui non è accettabile secondo il suo punto di vista.

 

Ho fatto l’esempio tra un genitore ed un figlio, ma queste dinamiche relazionali e comunicative del NO valgono in qualsiasi rapporto: in una coppia, tra amici, tra colleghi di lavoro.

Se ritieni che è importante SAPER DIRE DI NO e RIUSCIRE A TOLLERARE UN NO DETTO DAGLI ALTRI, condividi questo articolo.

Alla prossima!

 

 

bocca di un vampiro

Hai mai visto un vampiro?

Se dico Transilvania cosa ti viene in mente?

Sì esatto proprio lui, il conte Dracula! E, generalizzando, ti vengono in mente vampiri e pipistrelli.

Ora…i pipistrelli sicuramente li avrai visti in giro di notte, ma hai mai visto un vampiro?

 

Immagina di essere in Transilvania e che per sentirti al sicuro di notte, nelle ore in cui si svegliano i vampiri, te ne stai a casa e tappezzi casa di crocifissi e di trecce di aglio sottratte alle bruschette!!

Quindi ti segreghi in casa e prendi le tue precauzioni di sicurezza: di vampiri neanche l’ombra!!

 

Ma come possiamo verificare che i vampiri non esistono veramente? E’ stato tutto merito dell’aglio o davvero non esistono?

 

E se non esistessero, cosa stiamo pagando per questa convinzione? Sicuramente te ne stai immobile, da solo, impaurito e preoccupato per ogni rumore sospetto.

 

Ecco questo è ciò che accade ogni qualvolta divieni vittima delle tue credenze.

 

Facciamo un esempio concreto. Se Maria è una ragazzina timida ed insicura fortemente convinta di non piacere a nessuno e, anziché uscire con i suoi coetanei preferisce rimanere a casa e pensare di non avere amici, è vittima del vampiro cioè di una credenza molto forte che la vincola nei suoi comportamenti e nelle sue emozioni. Perderà occasioni di spensieratezza con i suoi amici ed occasione di disconfermare le sue errate convinzioni.

 

Se Giorgio ogni volta che deve andare al centro commerciale pensa che potrà stare male perché in preda all’ansia decide di evitare tutti i centri commerciali è vittima del vampiro!!! Magari avrà messo al sicuro il suo portafoglio da spese inutili, ma confermerà la sua ansia anticipatoria cioè un’ansia che lo intrappolerà per eventi e situazioni che magari non si verificheranno mai.

 

Adesso chiediti: hai mai visto un vampiro?

 

 

 

pillole

Pigliate ‘na pastiglia…le sofferenze emotive da cui fuggiamo

Nello scrivere questo articolo, mi è venuta in mente questa vecchia canzone di Renato Carosone il cui ritornello è un tormentone e che, forse, anche i più giovani l’avranno sentita canticchiare.

“Pìgliate na pastiglia, siente a me” era il consiglio che veniva dato al malcapitato per le sue pene d’amore perchè non riusciva più a dormire da 3 mesi e vagava nella notte senza riuscire a prendere sonno.

In effetti prendere un sonnifero sarebbe stato il rimedio più veloce, ma sarebbe stato anche la soluzione più efficace?

Conoscete già la mia risposta: ovviamente no!

L’aspettativa che abbiamo nei confronti di tutto ciò che ci fa star male è che deve essere immediata la soluzione per ogni forma di malessere e di disagio anche emotivo.

Se ci pensi anche le pubblicità dei farmaci da banco ti offrono l’immagine di farmaci sempre più fast, veloci nel farti passare il dolore: non solo l’antidolorifico ma l’antidolorifico ad assimilazione rapida, che in uno schiocco di dita ti fa passare tutto velocemente e non ci pensi più.

Se questo può essere una benedizione in certi casi, in altri può essere un modo di generalizzare questo comportamento anche nei malesseri e disagi emotivi.

Così diventa intollerabile avere a che fare con la tristezza, la paura, la frustrazione: emozioni spiacevoli che hanno, però, l’importante funzione di segnalarci qualcosa nella nostra vita.

Esse non sono qualcosa da cui scappare a gambe levate.

Rappresentano, piuttosto, una leva al cambiamento o una spinta a trovare una soluzione.

Non qualcosa da anestetizzare a suon di farmaci o cercando di “distrarsi”, ma qualcosa da ascoltare.

Un’emozione da attraversare per poi venirne fuori per evitare di cronicizzarsi e ripresentarsi senza venirne fuori.

Una caratteristica delle persone più resilienti, quelle cioè che riescono a far fronte agli eventi che li mettono a dura prova, è il considerare il malessere come parte della vita.

Le persone resilienti accettano il disagio ed il malessere.

Ciò non vuol dire essere vittime e subire passivamente ma concentrare le proprie risorse psicologiche per uscire fuori da una situazione: trovare la via d’uscita.

Proprio ieri sera, il padre di un mio paziente mi chiedeva come mai il figlio che aveva tutto e che si trova in una situazione agiata soffre di ansia sino a stare male e lui, che aveva avuto un’infanzia difficile ed oggettivamente svantaggiata, avrebbe avuto il “diritto” di stare male era, comunque, riuscito a crescere e superare le difficoltà.

Come mai?

Il padre si è trovato in una situazione oggettivamente difficile che ha accettato, magari non in modo semplice e lineare, ed evitando il vittismo ha affrontato gli eventi difficoltosi.

Il figlio ha alle spalle una famiglia che lo segue, un’agiatezza economica: non si trova ad affrontare condizioni oggettive di disagio, ma deve affrontare il suo mondo fatto di emozioni ricche e complesse.

Il problema è che nessuno ci ha mai insegnato a gestire le emozioni e se non ne hai gli strumenti puoi avere difficoltà.

Il compito di suo figlio è paradossalmente più arduo del suo!

Ma sapete una cosa? L’atteggiamento di questo ragazzo di fronte al suo malessere è straordinario: sa che può uscire fuori dall’ansia e ha cercato qualcuno, me,  che gli spiegasse come.

 

 

linus arrabbiato

I 3 principali luoghi comuni sullo stress

Non c’è persona che non parli di stress.

Persino un bambino ti dice che è stressato ed utilizza espressioni del tipo “non mi stressare!“.

La verità è che spesso utilizziamo dei luoghi comuni anche quando parliamo di stress.

Ecco i 3 pricipali luoghi comuni sul tanto chiaccherato stress:

1.Bisogna vivere senza stress

Si calcola che siamo esposti circa a 65 mila stimoli diversi. Come si fa ad eliminare tutte le fonti di stress a cui siamo esposti? Sarebbe un’utopia. Come puoi pensare di cambiare totalmente la vita che hai fatto sino ad ora? Non si può eliminare totalmente lo stress dalle nostre vite perchè lo stress è una condizione di vita stessa e, se guardiamo l’altro risvolto della medaglia, può essere anche uno stimolo a far meglio, a rivedere come migliorare alcuni aspetti della nostra vita. Quello che possiamo fare è imparare a gestirlo: per esempio, eliminando le fonti inutili di stress ed aumentando le nostre capacità di coping cioè di difesa dalle situazioni ritenute difficili da affrontare.

2.Non è colpa mia se vivo una vita stressante e se capita tutto a me!

E’ vero ci possono essere periodi che ci possono mettere a dura prova e se non possiamo evitare eventi che ci capitano improvvisamente e che sono al di fuori delle nostre responsabilità (come un lutto, la perdita di un lavoro), alle volte siamo proprio noi che scegliamo comportamenti e stili di vita stressanti.

Così, tanto per fare un esempio, anche una festa come l’organizzazione di un matrimonio può diventare fonte infinita di stress: non è più un lieto evento ma una macchina complessa di organizzazione, con una complessità di elementi e particolari da tenere sotto controllo e che devono avere standard elevati che noi giudichiamo tali!!!

3. Lo stress colpisce le persone deboli e fragili

Niente di più assolutamente falso! Anzi potremmo quasi sostenere che sono le persone forti, che non si fermano mai, quasi una fonte inesauribile di energia che, a un certo punto, crollano. Accumulano così tanto che poi, per troppo pieno, si arriva al capolinea ed il loro corpo ne risente.

Un mio paziente, imprenditore con obiettivi da raggiungere e che cerca sempre di migliorare la sua attività e coordinare i suoi collaboratori muovendosi tra i mille problemi che oggi un imprenditore ha nella sua attività, all’inizio non riusciva ancora a capacitarsi del perchè soffriva di attacchi di panico…”ma come proprio io? Io che non non mi fermo mai, che ho fatto tanti sacrifici. Io che partivo la mattina e tornavo a casa la sera. Io che non mi fermano mai davanti a niente. Adesso non sono più io, non mi riconosco più”. 

Ricordati che se ti senti stressato ci sono degli aggiustamenti che devi fare nella tua vita: magari dovrai impararare a distinguere le priorità, imparare a delegare agli altri per ricevere sostegno, imparare a gestire l’incertezza, condurre uno stile di vita più salutare tanto per fare degli esempi.

Non esiste la ricetta magica, ognuno può riflettere sulla propria condizione personale e fermarsi a capire.

Sì hai capito bene: lo stress ci insegna a fermarci e ad ascoltare di più noi stessi.

 

 

 

magma che scorre

La rabbia che ti trasforma come un vulcano pronto ad esplodere. La ruminazione rabbiosa

Hai subito un torto. Qualcuno ti ha calpestato offendondoti o facendoti un danno.

Come hanno potuto? L’ingiustizia è troppo forte e non puoi che sentirti arrabbiato. Magari inizi a ricordare esperienze passate (“il mio ex capo mi trattava allo stesso identico modo“), fai particolarmente attenzione a come ti senti furioso e pensi ad immaginari scenari di vendetta o risoluzione (“Dovrei veramente fargliela pagare per come si è comportata…ma chi si crede di essere?“).

La ruminazione rabbiosa ti porta a concentrarti su situazioni che ti fanno sentire arrabbiato e che per te hanno un significato personale.

Per fare un esempio, puoi vedere la ruminazione rabbiosa e i suoi dannosi effetti proprio all’interno dei rapporti conflittuali di coppia fino a farla scoppiare.

Federica racconta così della rabbia che prova ogni volta che non si sente considerata o capita dal suo compagno:

Sembra me lo faccia di proposito…magari stiamo cenando e gli racconto di come è andata la giornata oppure gli comunico qualcosa di preciso, come un invito che abbiamo ricevuto e, lui a distanza di poche ore mi dice che non gli ho detto nulla…come se non gli avessi riferito niente. Io parlo e lui non mi ascolta. Poi sta sempre con quel cellulare in mano, non mi aiuta a preparare la cena quando io, invece, sto facendo 3 cose contemporaneamente. Non sarebbe più semplice chiedermi come può essermi d’aiuto? Perchè non capisce di quello che ho bisogno? Arrivo a casa e la scena si ripete ogni giorno…sono stanca, arrabbiata e delusa“.

Daniele, il marito di Federica, dal canto suo ha la sua versione:

Mi parla così in continuazione ed io ho troppe cose in testa e preoccupazioni che alle volte mi estraneo. Inizio sempre facendo attenzione a quello che dice e poi inizio a pensare alle cose che devo fare domani in ufficio al punto che vado a controllare il promemoria sul cellulare se ho scritto tutto. Sì magari per distrarmi, giro su Facebook per farmi qualche risata del resto non ho un momento di svago tutto il giorno. Non la aiuto a casa? Ogni volta che provo a fare qualcosa non le va mai bene: fai così e fai colì…mica sono a sua disposizione come piace a lei…cos’ preferisco starmene tranquillo e che borbottasse pure! La sento come si lamenta ogni volta che le chiedo qualcosa. Mi rimprovera che sono sempre per i fatti miei“.

Federica non si sente capita da Daniele e Daniele non si sente capito da Federica! E la storia si ripete.

Ciascuno ha le sue buone ragioni e si rinchiude nella sua ruminazione rabbiosa. Il coniuge non è più Daniele o Federica, ma ognuno di loro ha la sua rappresentazione mentale dell’altro che si è costruito attraverso la rabbia.

Sono inevitabili litigi, manifestazioni di rabbia e recriminazioni “sei sempre stato così, hai fatto sempre così, sei come tua madre“.

L’altro diviene prevedibile nel suo comportamento, ci si aspetta che si comporti in un determinato modo che, ovviamente, aumenta la rabbia e la frustrazione.

E si crea un circolo vizioso! Quanto credete possa durare una coppia del genere? La comunicazione non è rivolta alla negoziazione e, se non modificata, si può arrivare all’irrigidimento e alal rottura.

La ruminazione rabbiosa si verifica anche nel caso di altri rapporti intimi come tra amici, tra fratelli, in famiglia, nel lavoroe porta ad una serie di conseguenze negative:

-rende sempre vivi i sentimenti di rabbia anche se sono passati tanti anni

-mantiene vividi ricordi spiacevoli e le emozioni che ne derivano

-diminuisce la capacità di autocontrollo, favorendo comportamenti aggressivi  e impulsivi

-danneggia fortemente le relazioni.

Ora, fermati a pensare… ti è mai capitato di rovinare relazioni personali a causa della ruminazione rabbiosa?

Avresti potuto reagire diversamente?

Condividi l’articolo se ritieni possa essere d’aiuto a qualcuno per non farsi ingabbiare dalla rabbia.

 

ritratto di uomo pensieroso

Perchè è successo? Perchè mi sento così? Perchè mi comporto sempre in questo modo? La ruminazione depressiva

Capita a tutti noi di analizzare le ragioni e le cause di un evento, di un nostro modo di essere ed agire o di riflettere sulla nostra storia personale.

Una buona capacità riflessiva è senza dubbio un’abilità da sviluppare perchè può essere un’occasione di crescita personale: ci fa comprendere aspetti di noi, nostre caratteristiche, ci aiuta a non commettere più gli stessi errori, ci consente di capire meglio perchè ci “sentiamo” in un determinato modo.

Attenzione , però! Il rischio della ruminazione depressiva è dietro l’angolo.

E’ come se la ruminazione depressiva ci cristalizzi nel passato costringendoci a ruminare in continuazione su conflitti relazionali, su fallimenti personali o lavorativi o su lutti. Il focus è sull’analisi dell’evento e sui contenuti negativi evocati, ma non si fanno passi avanti, si rimane immobili.

Non c’è crescita, non c’è evoluzione…la domanda che frulla in testa è “Perchè?“.

Giuseppe è un uomo sulla quarantina che pensa di essere “felicemente” sposato come tante coppie. Ci si vuol bene, ci si lascia intrappolare dalla quotidianità, ci sono ancora progetti in cantiere come quelli di una qualsiasi altra coppia che arriveranno in un futuro non troppo lontano. Alti e bassi nella vita coniugale. Nè particolarmente tristi, nè straordinariamente felici.

Dopo 8 anni di matrimonio, la moglie, insoddisfatta dell’evolversi della vita coniugale, prende la decisione di lasciare Giuseppe e, nonostante, i conflitti matrimoniali erano diventati all’ordine del giorno, questa decisione per Giuseppe ha l’effetto di una tegola che gli crolla in testa.

Anche se in realtà neanche lui fosse contento della vita matrimoniale che stava conducendo, quella decisione della moglie gli sembra una decisione assurda e da qui inizia a torturarsi con una molteplicità di domande dalla mattina alla sera.

Arriva nel mio studio dopo circa 6 mesi dal giorno in cui la moglie era andata via di casa dicendomi che non riesce a superare questa separazione:

Mi sento con l’umore sotto le scarpe. La mattina quando mi sveglio e la sera prima di addormentarmi ho sempre l’immagine di Roberta che mi comunica che vuole la separazione. Lei seduta sul letto che piange e mi dice che non ce la fa più ed io che la guardo come un cane bastonato e le chiedo se è stato così terribile vivere insieme tutti questi anni. E lei che singhiozza ancora di più. Perchè non mi sono reso conto che lei non era felice? Perchè non l’ho capito prima? Ogni tanto capivo che c’era tristezza nei suoi occhi, ma perchè non ho avuto il coraggio di indagare? L’ho amata tanto mia moglie e me la sono lasciato scappare… mi sento solo… sono stato un idiota. Forse se le avessi fatto capire di più quanto l’amavo, se non l’avessi dato per scontata, se fossi stato più presente non mi avrebbe lasciato. E se le avessi dato quel figlio che c’era nei nostri progetti, lei non sarebbe andata via..l’avrei legata a me

Giuseppe si lascia andare alla ruminazione depressiva molte volte al giorno: il suo dialogo interno è sempre rivolto al perchè la moglie lo ha lasciato e si focalizza sui suoi stati interni (mi sento solo, sono stato un idiota) e sui contenuti negativi.

Questa ruminazione è un’attività cognitiva che assorbe la sua mente lasciando poco spazio ad altro. Inoltre:

-mantiene il suo umore depresso perchè è rivolto agli aspetti negativi e tende ad autosvalutarsi

-fugge dall’azione perchè si concentra su come si sente, si isola e non fa nulla per distrarsi

-diminuisce la sua capacità di risolvere il suo conflitto e migliorare le relazioni interpersonali.

Per Giuseppe pensare al suo fallimento matrimoniale più volte al giorno è il suo modo di espiare la “colpa”.

Pensare agli errori commessi e alle responsabilità avute possono essere costruttive nella misura in cui possono essere degli elementi di cui si fa tesoro nella crescita di ognuno di noi. Ma non è lasciandosi andare alla ruminazione depressiva che si possono risolvere i problemi.

E tu, cosa ne pensi di Giuseppe e della sua storia?

Nel prossimo articolo ti parlerò della ruminazione rabbiosa. Alla prossima!

 

uomo coperto di farfalle

“Aiuto… Non ricordo nulla!”. Cinque consigli per evitare Il black out della memoria

“Non so come ho fatto a guidare sino a qui.”

“Sai che non ricordo assolutamente nulla di quello che ho fatto ieri dopo le 22?”

“Ci siamo incontrati, ma ho un vuoto di memoria…non ricordo nulla del nostro incontro”

“Dimentico dove lascio le cose e passo ore a cercarle”

Le dichiarazioni delle persone sulla loro memoria, che a volte sembra fare cilecca, potrebbero essee davvero tante: si stima che circa 6 milioni e mezzo di italiani soffrono di un black out della memoria con diverse manifestazioni.

Ci sono stati, addirittura, casi di cronaca toccanti in cui genitori avevano “dimenticato” il loro figlio in auto sfiorando o arrivando sino alla inevitabile tragedia.

La memoria è una funzione psichica molto importante proprio perchè ci consente di immagazzinare informazioni di varia natura (episodi, nozioni, immagini, odori, sensazioni) e, se ci pensi, senza memoria perderemmo la nostra storia personale, la nostra identità, parte di noi.

Proprio per questo, i vuoti di memoria ci fanno paura.

La nostra capacità di immagazzinare i dati in tempo reale è un’abilità a cui non prestiamo attenzione. Tuttavia il nostro ippocampo lavora per noi diventando l’ingresso dei nostri ricordi, ma esattamente come un hard disk di un pc, ha una capacità limitata per cui, man mano che immagazzina dati li deposita nel nostro cervello.

Esattamente cone un blocco notes, l’ippocampo conserva i dati per un giorno o due (un numero di telefono, un appuntamento, il volto di una persona) e poi li “scarica” perchè non sono ritenuti importanti per non sovraccaricare il nostro cervello.

Ma dove li scarica? Bhè questo ancora gli studiosi non l’hanno chiarito, ma  sembra comunque che non ci sia un solo magazzino nel nostro cervello.

E che cosa succede se una persona è stressata?

Lo stress eccessivo e prolungato manda ko il nostro ippocampo ed iniziano le dimenticanze banali sino a fenomeni più complessi come l’amnesia dissociativa in cui la persona vive distaccata dalla situazione, rimuove il dato di realtà e si “comporta” attivando degli automatismi esattamente come quando guidiamo sino a casa non rendendocene conto.

L’amnesia dissociativa spiega, per esempio, perchè potremmo dimenticarci nostro figlio in auto.

Ecco perchè stanchezza psicofisica, mancanza di sonno ristoratore, relazioni interpersonali o lavorative stressanti e poco soddisfacenti, preoccupazioni economiche, difficoltà a risolvere i propri problemi personali, eccessiva ansia, depressione,  possono portare alla lunga al vuoto di memoria con conseguenze più o meno gravi.

Ovviamente ci possono essere casi in cui lo stress non c’entra nulla poichè il black out è dovuto a disfunzioni neurologiche, ma in questo caso noteremmo anche altre manifestazioni come tremori, tic o deficit di deambulazione ed è bene rivolgersi ad un neurologo.

Ecco allora dei consigli per evitare oblii e black out della memoria:

  1. elimina tutti quegli elementi che potrebbero disturbare il tuo sonno ristoratore (telefonini, pasti abbondanti e particolarmenti grassi alla sera, etc)
  2. fai attività fisica: camminate, corsa all’aperto o qualsiasi altro sport poco importa purchè sia fatta con piacere.Questo ti aiuterà a scaricare tensioni inutili e contribuisce a prepararti ad una buona qualità di sonno
  3. aiutati con agende cartacee o uno smartphone a delegare cose meno importanti da ricordare per evitare sovraccarichi di lavoro della tua memoria: un appuntamento, le cose da fare in una giornata, l’elenco della spese, le scadenze mensili.
  4. allena la tua memoria con esercizi cognitivi e training specifici o apprendi tecniche di memoria rapida
  5. impara a fare una cosa alla volta senza sovraccaricarti di più azioni contemporaneamente.

E se sei troppo stressato e ansioso e non sai come uscirne fuori…allora è il caso che prenoti un incontro presso il mio studio 😉

Che sia benedetta: il valore terapeutico delle canzoni

Tutti cantano Sanremo. Ce l’hanno detto gli animali della fattoria e pure gli alieni (ricordi lo spot?) ed in effetti non è possibile essere immuni a questa kermesse. Anche se ti trasferisci in un altro pianeta, gli alieni te lo ricorderanno!

L’anno scorso per me è stata la scoperta di Ezio Bosso e delle sue musiche, su cui ho scritto un articolo  (leggi qui se ti va http://www.gaetanaiacono.it/2016/02/11/15284).

Quest’anno invece c’è un testo interpretato da una grande artista che l’ho sentito risuonare dentro di me sin dal primo momento che l’ho ascoltata.

In effetti ci sono canzoni che sembrano essere scritte per ciascuno di noi, come se fossero delle dediche personali. Che tu sia benedetta della Mannoia è una di queste.

Prendo in prestito le parole del musicoterapeuta Kenneth Bruscia per descrivere ciò che lui ha già spiegato molto bene:

“…Le canzoni sono strumenti con cui gli esseri umani esplorano le proprie emozioni. Esse esprimono chi siamo e come ci sentiamo, ci avvicinano agli altri, ci tengono compagnia quando ci sentiamo soli, articolano le nostre convinzioni e i nostri valori.
Quando gli anni passano, le canzoni portano testimonianza della nostra vita. Esse ci permettono di rivivere il passato, di esaminare il presente e di esprimere i nostri sogni per il futuro. Le canzoni tessono storie delle nostre gioie e dolori, svelano i nostri segreti più intimi, ed esprimono le nostre speranze, le nostre delusioni, le nostre paure, i nostri trionfi. Sono i nostri diari musicali, le nostre storie di vita, sono i suoni del nostro sviluppo personale…”

Alzi la mano chi sa di avere la consapevolezza di aver sbagliato tante volte e di poter sbagliare, di ricominciare da capo mentre il tempo passa.

Alzi la mano chi ” trova se stesso nel proprio coraggio…chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio…chi lotta da sempre e sopporta il dolore… chi ha perso tutto e riparte da zero”.

Eppure per quanto complessa, strana, a volte sadica, “incoerente e testarda” questa vita è la nostra vita e dobbiamo imparare ad amarla iniziando ad amare per prima noi stessi.

Cantante questa canzone di Fiorella. Cantatela quando siete in auto, sotto la doccia, davanti allo specchio, mentre paseggiate.

Cantatela perchè fa bene al cuore.

La dedico ai miei pazienti che hanno il coraggio di guardare in faccia in loro demoni e lottare per la loro vita.

La dedico a chi sta ricominciando dopo una separazione, a chi affronta i suoi attacchi di panico, a chi vuole capire perchè non è soddisfatto di sè o del proprio partner, a chi sa che è possibile cambiare ed affrontare le proprie paure.

Buona vita a tutti voi.

 

resistenza al cambiamento

Scopri le 3 cose da lasciar andare prima che arrivi il nuovo anno-parte 1

Ci siamo quasi. Mancano pochi giorni al nuovo anno, iniziamo con la trepidante attesa.

Sì, è così! Anche se rientri nella schiera delle persone che non si lasciano andare alla frenesia delle feste e alla goliardia dei festeggiamenti. Anche se appartieni al  popolo del “è un giorno come l’altro”, sai che comunque inizia un nuovo anno e sai dentro di te che qualcosa comunque cambierà.

Magari non ti aspetti nulla o non vuoi che nulla cambi perchè va già bene così.

Magari speri ardentemente che cambi qualcosa, ma non fai nulla per cambiare te o la tua vita.

Ma come puoi aspettarti che non cambierà nulla  o che arrivi la fata turchina che con un colpo di bacchetta magica dal nulla ti porti il cambiamento tanto desiderato?

Ecco..forse è arrivato il momento di chiederti cosa è per te il CAMBIAMENTO.

Il cambiamento fa parte della vita come l’aria che respiriamo. Cambiamo nel fisico, nelle idee, nei nostri comportamenti ma a volte non ce ne rendiamo conto e ci ostiniamo a non voler vedere come tutto si trasforma.

Eventi inattesi, di colpo, ci sbattono il cambiamento in faccia.

Sia che il cambiamento sia desiderato, sia che sia subito…in fondo, il cambiamento ci fa paura.

E non mi riferisco solo alle cose poco piacevoli.

Decidi il grande passo di andare a vivere con il tuo partner, lo desideri e nello stesso tempo ne puoi aver paura.

Hai una promozione di lavoro che aspettavi da tempo, sei gratificato ma ti spaventano le nuove responsabilità.

Vorresti perdere i chili di troppo, vorresti avere un nuovo corpo per mostrarti agli altri ma è più rassicurante vivere la vita che fai adesso.

Ecco allora la prima cosa da lasciare andare prima che arrivi il nuovo anno è LA RESISTENZA AL CAMBIAMENTO.

Abbiamo la naturale tendenza all’omeostasi. Tendiamo, cioè, quando interviene un evento esterno a modificare il nostro già precario equilibrio, a riportare le cose alla stabilità iniziale.

Il cambiamento ci comporta un notevole dispendio di energia e di emozioni, per questo tendiamo a resistergli.

Non resistere al cambiamento. Non è possibile opporsi all’evoluzione e alla crescita di ognuno di noi.

Se il cambiamento porta con sè una lezione, apprendila e fanne tesoro.

Se il cambiamento ha creato un mostro, affronta la tua paura.

Se il cambiamento ti ha portato un dono, accoglilo e ringrazia.

 

 

 

 

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