Come evitare il contagio emotivo in quarantena.

Strategie di sopravvivenza per il nostro benessere psicologico

In bilico tra paura e speranza in un domani che #andràtuttobene
…ecco come ci sentiamo.

In una parola…sospesi.

Chiaccheri al telefono con le persone e ti senti dire:

“Perché ci siamo ridotti così?”

“Cosa sta succedendo?”

“Mi sembra di vivere in un film o in un sogno dal quale
spero di svegliarmi presto”.

È inutile nasconderci dietro flash mob e arcobaleni, la
verità è che stiamo respirando la paura e l’incertezza.

Abbiamo una sola certezza: di tutto questo ne avremo memoria
e cambierà noi e i nostri comportamenti.

Questo #coronavirus fa paura. Non lo vediamo, non lo
tocchiamo eppure c’è.

Ha la faccia del sospetto, la paura del non conosciuto e
dell’untore.

E la paura, si sa, porta ad attivare il nostro cervello
primitivo mandando a far benedire tutta la nostra parte razionale. Che fare
allora?

Come comportarci per evitare il contagio del #COVID-19 lo
sappiamo, non c’è bisogno di ripeterlo.

Ma sai come evitare il contagio emotivo negativo?

1.INNANZITUTTO ATTENIAMOCI AI FATTI OGGETTIVI: tutte queste
misure servono a contenere un virus che potrebbe diffondersi ancora più velocemente
di come si è diffuso sino ad oggi ed è giusto tutelare la salute di tutti. Non
alimentiamo teorie complottiste e cospirazioniste. Nessuno ci priverà della
nostra libertà, ma sono misure straordinarie necessarie dettate dalle esigenze
del momento

2.CREA DELLE TUE PICCOLE ROUTINE: struttura le tue giornate
con delle tue nuove abitudini in cui dai un nuovo significato al giorno che arriva.
Non importa cosa e non importa come. Quello che davvero conta è il significato
che attribuisci a questa tua routine. SCEGLI I TUOI NUOVI ORARI E I TUOI RITMI

3.NON SOFFRIRE IL TEMPO PERSO, GODITELO DEL TEMPO CHE HAI
OGGI A DISPOSIZIONE: domani tornerai alla tua vita frenetica, ma non oggi. Oggi
immergiti in questo tempo così dilatato per accorgerti che in realtà non ti
basta neanche quello che oggi ti sembra perso. SCEGLI DI ATTRAVERSARE IL TEMPO

4.CHIEDITI COSA STAI FACENDO PER IL TUO BENESSERE FISICO: il
web è pieno di tutorial per fare un po’ di esercizi fisici, ci sono un sacco di
app gratuite che ti possono aiutare. Il tuo corpo ha bisogno di movimento…trova
tu quello più adatto a te. Movimenti dolci o prestazioni atletiche, Pilates,
yoga, calisthenics, pesi, stretching …chi se ne frega…SCEGLI IL TUO MOVIMENTO

Approfittane per cambiare la tua alimentazione e nutrirti in
modo sano. Informati se le tue abitudini alimentari sono sane o vanno
modificate o magari parzialmente sostituite. Documentati su ciò che vuol dire nutrire
il tuo corpo per mantenerlo in buona salute. Non è mangiando patatine, bevendo
bibite zuccherate, cucinando dolci e impastando pane e pizza che allevierai il
peso di questa quarantena. SCEGLI DI AVER CURA DEL TUO CORPO e non di riempirti
di confort food tutti i santi giorni.

5.EVITA DI TENERTI COSTANTEMENTE AGGIORNATO SUI DATI CHE CI
FORNISCONO. Non serve, non ci aiuta, non li possiamo utilizzare in nessun modo
(neanche per giocarli al lotto!!!). Non sei un esperto di modelli statistici di
diffusione del virus. Non serve vedere tutte quelle immagini di reparti di
terapia intensiva collassati che ogni volta ci danno una stretta al cuore.
SCEGLI DI DIRIGERE ATTIVAMENTE LA TUA ATTENZIONE SU INFORMAZIONI CHE TI POSSONO
AIUTARE A FRENARE PENSIERI NEGATIVI CHE NUTRONO L’ANSIA.

6. TIENITI IN CONTATTO CON AMICI E PARENTI evitando di
parlare solo di virus ed infetti. È una situazione che ci accomuna tutti,
perché continuare a martellarci sempre delle stesse cose? Contieni le tue e le loro
paure, parlando di altro: una ricetta da sperimentare, un ricordo di un’esperienza
vissuta insieme, un libro da consigliare, un “ti voglio bene” senza nessun
motivo specifico. Se non hai altro di cui parlare…fatti qualche domanda!!

Evitare il contagio emotivo può davvero fare la differenza.

Utilizzerò una metafora per rimandarti un concetto molto
importante per il tuo benessere psicologico.

In questo momento devi essere come UN MONACO TIBETANO CHE
DISEGNA IL SUO MANDALA.

Sai cos’è un mandala?

In sanscrito il
termine mandala significa
“cerchio” e nella cultura tibetana questo particolare tipo di disegno
vuole rappresentare l’universo.

I mandala
tibetani vengono realizzati dai monaci seguendo una pratica ben precisa disegnando
con un gessetto i contorni del mandala su una superficie piana. Poi iniziano a
versare i sassolini o i granelli di sabbia colorata sulla superficie del
mandala.

Ci vogliono
giorni, a volte anni, per completare questi incredibili capolavori fatti di
particolari colorati e precisi, dedizione, cura ed amore. Ognuno di essi
rappresenta il cosmo con tutti i suoi elementi ed ognuno di essi è unico…così
come è unica la rappresentazione del cosmo del monaco.

Quando è
completato, i monaci cancellano il mandala con un solo gesto…in una parola lo
distruggono.

Ma la distruzione del
mandala è un atto costruttivo e solo apparentemente distruttivo.

La creazione artistica viene cancellata, ma ciò porta ad una produzione di
senso per il monaco che lo compie.

Il monaco tibetano compie questo gesto per sottolineare il concetto dell’impermanenza
delle cose: la realtà va
vissuta per quello che è…un fenomeno passeggero, impalpabile e non
racchiudibile all’interno di una forma fissa ed immutabile.

Ecco…allora sii come un monaco tibetano che trasforma questi giorni
di quarantena in un mandala colorato pieno di significato di elementi del
proprio cosmo all’interno della propria casa.

E, quando finalmente, usciremo da questo periodo distruggeremo il
nostro personale mandala con un atto creativo di nuovo significato per la
nostra vita.

Buona creazione <3

#andràtuttobene #psicologicontrolapaura #iorestoacasa

termometro e nuvole

Che temperatura segnala il termometro della tua salute emotiva?

Senza pensarci troppo, prendi carta e penna e prova a rispondere a queste domande. Per ogni risposta affermativa fai un puntino sul tuo foglio. Pronti???
  1. Ti fai prendere dall’ansia in situazioni in cui generalmente riusciresti a cavartela?
  2. Ti sorprendi a piangere per cose di poco conto?
  3. Hai difficoltà ad ascoltare i problemi degli altri?
  4. Perdi la pazienza con più facilità?
  5. Ti senti meno felice di quanto lo sei di solito?
  6. Gli altri ti fanno notare che sembri turbato?
  7. Sei meno socievole del solito?
  8. Ti sei lasciato andare fisicamente?
  9. Hai desiderio di mangiare o bere smodatamente?
  10. Ti svegli sentendoti stanco e non riposato?
  11. C’è sempre un motivo per cui ti senti preoccupato per qualcosa?
  12. Hai difficoltà a concentrarti?
  13. Hai difficoltà ad addormentarti?
  14. Avverti spesso sentimenti negativi verso te stesso o gli altri?
  15. Ti senti meno tollerante del solito?
  16. Sei meno preciso ed organizzato del solito?
  17. Hai spesso mal di testa o di stomaco che ti si accentua in situazioni di stress?
  18. Tendi a dimenticare le cose?
  19. Hai un umore instabile?
  20. Ti diverti meno del solito?
Se hai segnato sul tuo foglio almeno 7 puntini hai sicuramente delle aree nella tua salute emotiva da attenzionare. Magari recentemente ti sei trovato in situazioni o eventi straordinari che hanno agito negativamente sulla tua salute emotiva. Puoi, quindi, fare un piccolo esame di ciò che ti è capitato e come hai reagito. Sicuramente questo basterà a rimetterti in carreggiata e a far scendere il termometro della tua temperatura della salute emotiva. Stai attento a tutte quelle situazioni che possono farti ignorare i sentimenti negativi ed avere l’atteggiamento dello struzzo che mette la testa sotto la sabbia. Quali sono queste situazioni? Per esempio, puoi attraversare un periodo molto impegnato o puoi sentire un abbassamento della fiducia in te stesso, non ti senti fisicamente in forma o ti percepisci come più fragile del solito. Tutte situazioni che ti allontanano dai tuoi problemi e che “funzionano” solo se sono temporanee e ti consentono di accumulare strategicamente quelle energie fisiche e/o psicologiche che ti aiutano a recuperare e ristabilire benessere nella tua vita. Se, invece, temporeggi e non hai il coraggio di affrontarle da solo perchè non sai da che parte devi iniziare, ricordati che uno psicologo può aiutarti!    
personaggio della disney frozen

La treccia di Frozen. Quello che i bambini ci insegnano.

Vi voglio raccontare un piccolo aneddoto della mia vita personale successo un paio di giorni fa e che mi è balenato in mente dopo aver incontrato persone che alla domanda “come va?” la risposta era del tipo “tutto nella normalità, la solita routine”.

Domenica scorsa, dopo una giornata al mare (eh sì…noi siciliani abbiamo questa fortuna di poter andare al mare anche in pieno settembre!) passo a casa dei miei per salutare tutta la ciurma: genitori, fratelli, cognate e nipotini annessi.

I miei nipotini non sapevano che sarei passata, quindi, quando ho bussato nella porta della cameretta e ho aperto la porta mi sono fatta trovare da loro con un viso buffo a dire…”e voi diavoletti…che state combinando???”.

Quando mi hanno visto, Carla ed Andrea mi sono saltati addosso gridando “ziaaaaaaaaaaa!!” con l’espressione di chi non si aspetta di vedere una persona.

Poi Andrea che mi era saltato tra le braccia come fosse un piccolo canguro, mi guarda con due occhi meravigliati di cerbiatto e mi dice “zia…ma hai la treccia di Frozen” come se avessi chissà quale qualità da eroina, come se fossi stata investita da chissà quale luce di superpoteri.

Carla rinforza la dose, guardando il cugino, “vero zia!! E’ la treccia di Frozen…anch’io la voglio zia..me la fai?”.

Ora chi ha figli e/o nipotini in età prescolare sa già chi è Frozen e non ve lo sto a spiegare, ma una cosa è certa.

Tornavo dalla spiaggia sudata e accaldata, con una treccia fatta per raccogliere i capelli e sentire meno caldo: una visione molto lontana da quella della magica e luccicante Frozen, ma in quel momento loro mi hanno accolto come se fossi stata Frozen, perchè avevo la treccia di Frozen e questo a loro bastava!

Un piccolo particolare si è trasformato in un’occasione di ilarità e gioco.

Ecco quello che i bambini mi insegnano! Ogni cosa dipende da come la guardi e dai un valore diverso.

I bambini guardano con incanto e stupore ogni cosa che passa sotto il loro naso.

Ed io voglio vivere così, imparando a guardare gli altri come se avessero la treccia di Frozen ed incontrare gli altri come se fosse sempre qualcosa di speciale e non la “solita routine”.

E tu? Sei disposto a cercare la treccia di Frozen?

 

rana in gesto di diniego

Cosa si nasconde dietro un NO? Il significato di un NO

Oggi parlavo con una mia paziente della sua difficoltà di riuscire a dire di NO. Ammettilo…è capitato anche a te!

 

Il problema è che per lei diventa davvero difficoltoso trovare il modo di dire di NO al punto tale che si inventa incredibili scuse per imbellire il suo NO, che riesce a dire solo dopo numero tentennamenti e lasciandosi dietro tante emozioni negative.

Ma non riesce neanche a tollerare un NO da parte degli altri perchè lei si fa in quattro per tutti e “...non è giusto che quando io chieda qualcosa mi si venga detto NO…non me lo merito

 

Perchè è così difficile dire di NO o accettare un NO come risposta da parte degli altri?

 

Un NO ci fa provare sempre emozioni negative. Perchè?

 

Innanzitutto un NO rappresenta spesso un RIFIUTO sia che siamo noi a dire di NO o sono gli altri a dircelo.

Se siamo noi a dire NO, ciò rappresenta un rifiuto verso gli altri e questo ci provoca SENSI DI COLPA.

 

Come superare questo senso di colpa?

Chiediti, innanzitutto, se ciò a cui hai detto di NO è una richiesta RAGIONEVOLE. Se, infatti, tale richiesta è qualcosa che non vuoi o non puoi fare non puoi sentirti in colpa.

Se tuo figlio ti ha richiesto l’ennesimo cellulare alla moda dopo averglielo già comprato un anno fa, non puoi sentirti in colpa se non vuoi/puoi correre dietro a capricci adolescenziali. Decidi tu se ti sembra una richiesta ragionevole o meno, magari riesaminando cosa comporta per te un eventuale SI.

Ritornando all’esempio della richiesta di acquisto del cellulare…cosa comporta se decidi di acquistarlo?

  • Spendi soldi che in questo momento non vuoi/puoi spendere?
  • Cambi destinazione di spesa rinunciando a qualcosa di più utile per te, tuo figlio o la tua famiglia e ciò ti provoca frustrazione perchè devi scegliere?
  • Che messaggio vuoi dare a tuo figlio?
  • Cosa cambierebbe se tu dicessi SI?

Un NO o un SI nascondono dietro di sè tante sfumature e tanti significati.

 

Quando siamo noi a subire un NO, in questo caso  spesso avvertiamo un rifiuto degli altri verso noi stessi: ciò frusta il nostro continuo BISOGNO DI APPROVAZIONE.

 

In realtà, ciò che dovremmo bene tenere in mente è che se ci viene detto un NO non si tratta mai di un RIFIUTO VERSO LA NOSTRA PERSONA  MA VERSO LA NOSTRA RICHIESTA.

Se mio padre  ha detto NO al nuovo cellulare supermegagalattico non è perchè mi sta rifiutando, non è perchè non mi vuole bene, non è perchè per lui non esisto ma ha semplicemente ha detto di NO ad una richiesta che per lui non è accettabile secondo il suo punto di vista.

 

Ho fatto l’esempio tra un genitore ed un figlio, ma queste dinamiche relazionali e comunicative del NO valgono in qualsiasi rapporto: in una coppia, tra amici, tra colleghi di lavoro.

Se ritieni che è importante SAPER DIRE DI NO e RIUSCIRE A TOLLERARE UN NO DETTO DAGLI ALTRI, condividi questo articolo.

Alla prossima!

 

 

bocca di un vampiro

Hai mai visto un vampiro?

Se dico Transilvania cosa ti viene in mente?

Sì esatto proprio lui, il conte Dracula! E, generalizzando, ti vengono in mente vampiri e pipistrelli.

Ora…i pipistrelli sicuramente li avrai visti in giro di notte, ma hai mai visto un vampiro?

 

Immagina di essere in Transilvania e che per sentirti al sicuro di notte, nelle ore in cui si svegliano i vampiri, te ne stai a casa e tappezzi casa di crocifissi e di trecce di aglio sottratte alle bruschette!!

Quindi ti segreghi in casa e prendi le tue precauzioni di sicurezza: di vampiri neanche l’ombra!!

 

Ma come possiamo verificare che i vampiri non esistono veramente? E’ stato tutto merito dell’aglio o davvero non esistono?

 

E se non esistessero, cosa stiamo pagando per questa convinzione? Sicuramente te ne stai immobile, da solo, impaurito e preoccupato per ogni rumore sospetto.

 

Ecco questo è ciò che accade ogni qualvolta divieni vittima delle tue credenze.

 

Facciamo un esempio concreto. Se Maria è una ragazzina timida ed insicura fortemente convinta di non piacere a nessuno e, anziché uscire con i suoi coetanei preferisce rimanere a casa e pensare di non avere amici, è vittima del vampiro cioè di una credenza molto forte che la vincola nei suoi comportamenti e nelle sue emozioni. Perderà occasioni di spensieratezza con i suoi amici ed occasione di disconfermare le sue errate convinzioni.

 

Se Giorgio ogni volta che deve andare al centro commerciale pensa che potrà stare male perché in preda all’ansia decide di evitare tutti i centri commerciali è vittima del vampiro!!! Magari avrà messo al sicuro il suo portafoglio da spese inutili, ma confermerà la sua ansia anticipatoria cioè un’ansia che lo intrappolerà per eventi e situazioni che magari non si verificheranno mai.

 

Adesso chiediti: hai mai visto un vampiro?

 

 

 

bimbi che non si parlano

“Quanto ti odio, amore mio!”. L’ostilità nella coppia

Ognuno di noi sa perfettamente quali sono le azioni che fanno infuriare il nostro partner.

E’ un elenco tutto personale, ma ci sono degli elementi comuni che riguardano tutte le relazioni.

Cosa è, allora, ciò che ci fa suscitare emozioni negative verso il partner?

 

Ecco una serie di azioni che possono trasformare la nostra dolce metà in un essere diabolico sceso in terra solo per farci disperare e dannare con la sua esistenza:

-ignorare

-rispondere in modo brusco

-urlare

-fare dispetti

-mancare alla parola data o tradire la fiducia in qualche modo

-non collaborare

-deridere

-riprendere il partner in situazioni pubbliche

-fare scelte che riguardano entrambi senza consultare il partner

-parlare male di persone care al partner

-sopraffare il partner

-andarsene via nel bel mezzo di una discussione (soprattutto se vai via sbattendo la porta!!!).

 

Mi fermo qua ma la lista potrebbe ancora continuare…

 

Tutto ciò che può condurre all’ostilità all’interno di una coppia è frutto di errori di giudizio che lo psicoterapeuta A.T. Beck definisce distorsioni cognitive.

 

Facciamo alcuni esempi.

Se la rabbia e l’ostilità ti fanno concentrare e vedere soltanto le cose terribili e spiacevoli della coppia, come se non avessi mai vissuto momenti ed eventi positivi con il partner forse stai creando un grande occhio di bue solo su alcuni aspetti creando la distorsione cognitiva della visione a tunnel.

 

Se il tuo partner ha dimenticato di fare una commissione che gli avevi chiesto e tu pensi che questo sia frutto del suo menefreghismo nei tuoi confronti “perchè lui non pensa mai a me!” stai generalizzando una singola azione al modo di essere del tuo partner.

 

Etichettare in maniera negativa il partner è un’altra ricorrente distorsione cognitiva: “perchè lui/lei è viziato, è cattivo, è stupido…

 

Se pensi di sapere tutto quello che passa per la testa del tuo partner e pensi di sapere con esattezza cosa lui/lei desideri ma poi scopri che non è così, probabilmente sei stato vittima di ciò che si definisce lettura del pensiero.

 

Può anche capitare di interpretare delle azioni che fa il tuo partner pensando che siano riferite a te incappando in una personalizzazione eccessiva: se il tuo partner torna a casa in anticipo, magari puoi pensare che lo ha fatto di proposito per controllarti. Se tua moglie non si trucca e si agghinda potresti pensare che se non lo fa è perchè non gli piaci abbastanza.

 

E’ molto facile incorrere in errori di questo tipo!

In altre parole, il comportamento del partner può essere dettato dal momento (per esempio, la stanchezza, una giornata andata male etc) e non necessariamente è un’espressione stabile del suo modo di essere!

 

 

 

 

 

 

donna con espressione arrabbiata

Rabbia…sento solo rabbia!

Nel mio lavoro di psicologa, la rabbia è un’emozione che salta spesso fuori.

E’ solo questione di tempo nell’andamento del colloquio o del percorso psicologico su cui stiamo lavorando, ma si presenta in tutta la sua dirompenza.

 

“Sono arrabbiato con me perchè non ho saputo dire di no…come ci sono cascato e non sono riuscito a vedere come stavano realmente le cose?

“Sono arrabbiata perchè mi ha tradito e mi ha ingannata”

“Mi sono impegnato così tanto con tutto me stesso che sono arrabbiato per come sono andate le cose…è andato tutto a rotoli e non è giusto!”

“Mi sono sentita ferita e minacciata e mi è salita la rabbia per quello che mi stava dicendo”

“Ha salutato tutti tranne me e lo ha fatto di proposito per rimandare il messaggio che io non esistevo…ho avuto un’esplosione di rabbia”

 

Questi sono solo alcuni degli esempi, in cui anche tu ti ci puoi ritrovare ed aver sperimentato la rabbia.

 

La rabbia entra in causa ogni qual volta che:

-ci sentiamo minacciati fisicamente o verbalmente o veniamo insultati

-ci sentiamo vittima di un’ingiustizia, di un sopruso, di un accanimento immotivato

-ci sentiamo traditi o eccessivamente criticati

-non ci sentiamo apprezzati dagli altri

-ci sentiamo minacciati per la nostra posizione o il nostro rispetto

-veniamo trattati male o usati contro la nostra volontà.

 

Ti arrabbi e dentro di te inziano una serie di modificazioni somatiche: aumenta  la tensione muscolare e la temperatura

corporea, la pressione arteriosa e l’ accelerazione della frequenza cardiaca.

 

Anche il corpo comunica rabbia: serri i pugni, aggrotti le sopracciglia e la fronte, stringi e digrigni i denti, cambia la mimica facciale.

 

Ma soprattutto “senti” di essere arrabbiato: la sensazione di essere fuori controllo come una bestia indomita.

Sei irrequieto ed il tuo corpo si prepara all’azione del combattimento o della fuga.

 

Cosa c’è di sbagliato nell’essere arrabbiati? Nulla! Perchè in fondo la rabbia ci è servita a farci prendere atto di tutte quelle situazioni che ho elencato sù  e, quindi, ci aiuta a navigare nel mare della vita e della crescita personale.

 

Quando invece la rabbia non ci aiuta ma, piuttosto, è disfunzionale e patologica? Ti elenco alcuni casi in cui si deve prestare attenzione:

-se ti arrabbi in quantità eccessiva rispetto al motivo che l’ha scatenata

-se produce comportamenti aggressivi e pericolosi per sè e per gli altri (lancio di oggetti, pugni sui mobili, sbattere la testa al muro e così via)

-le persone hanno “paura” per la nostra manifestazione della rabbia

-se senti ancora tanta rabbia nonostante non ci sia più motivo di avvertirla.

 

E’ importante precisare che la rabbia deve essere manifestata nel modo corretto e che, quindi, nel caso in cui:

-sia inesistente rispetto alla gravità di un evento (non ti arrabbi nonostante c’è un motivo giustificato e sano di esserlo)

-se la percepisci appena ma sono più forti i sentimenti di ansia, colpa o vergogna

-non produca comportamenti che portano a tutelare se stessi e la propria persona

In altre parole, la corretta espressione della rabbia sta nel mezzo: nè troppa nè poca!

E tu…di che rabbia di sei???

pillole

Pigliate ‘na pastiglia…le sofferenze emotive da cui fuggiamo

Nello scrivere questo articolo, mi è venuta in mente questa vecchia canzone di Renato Carosone il cui ritornello è un tormentone e che, forse, anche i più giovani l’avranno sentita canticchiare.

“Pìgliate na pastiglia, siente a me” era il consiglio che veniva dato al malcapitato per le sue pene d’amore perchè non riusciva più a dormire da 3 mesi e vagava nella notte senza riuscire a prendere sonno.

In effetti prendere un sonnifero sarebbe stato il rimedio più veloce, ma sarebbe stato anche la soluzione più efficace?

Conoscete già la mia risposta: ovviamente no!

L’aspettativa che abbiamo nei confronti di tutto ciò che ci fa star male è che deve essere immediata la soluzione per ogni forma di malessere e di disagio anche emotivo.

Se ci pensi anche le pubblicità dei farmaci da banco ti offrono l’immagine di farmaci sempre più fast, veloci nel farti passare il dolore: non solo l’antidolorifico ma l’antidolorifico ad assimilazione rapida, che in uno schiocco di dita ti fa passare tutto velocemente e non ci pensi più.

Se questo può essere una benedizione in certi casi, in altri può essere un modo di generalizzare questo comportamento anche nei malesseri e disagi emotivi.

Così diventa intollerabile avere a che fare con la tristezza, la paura, la frustrazione: emozioni spiacevoli che hanno, però, l’importante funzione di segnalarci qualcosa nella nostra vita.

Esse non sono qualcosa da cui scappare a gambe levate.

Rappresentano, piuttosto, una leva al cambiamento o una spinta a trovare una soluzione.

Non qualcosa da anestetizzare a suon di farmaci o cercando di “distrarsi”, ma qualcosa da ascoltare.

Un’emozione da attraversare per poi venirne fuori per evitare di cronicizzarsi e ripresentarsi senza venirne fuori.

Una caratteristica delle persone più resilienti, quelle cioè che riescono a far fronte agli eventi che li mettono a dura prova, è il considerare il malessere come parte della vita.

Le persone resilienti accettano il disagio ed il malessere.

Ciò non vuol dire essere vittime e subire passivamente ma concentrare le proprie risorse psicologiche per uscire fuori da una situazione: trovare la via d’uscita.

Proprio ieri sera, il padre di un mio paziente mi chiedeva come mai il figlio che aveva tutto e che si trova in una situazione agiata soffre di ansia sino a stare male e lui, che aveva avuto un’infanzia difficile ed oggettivamente svantaggiata, avrebbe avuto il “diritto” di stare male era, comunque, riuscito a crescere e superare le difficoltà.

Come mai?

Il padre si è trovato in una situazione oggettivamente difficile che ha accettato, magari non in modo semplice e lineare, ed evitando il vittismo ha affrontato gli eventi difficoltosi.

Il figlio ha alle spalle una famiglia che lo segue, un’agiatezza economica: non si trova ad affrontare condizioni oggettive di disagio, ma deve affrontare il suo mondo fatto di emozioni ricche e complesse.

Il problema è che nessuno ci ha mai insegnato a gestire le emozioni e se non ne hai gli strumenti puoi avere difficoltà.

Il compito di suo figlio è paradossalmente più arduo del suo!

Ma sapete una cosa? L’atteggiamento di questo ragazzo di fronte al suo malessere è straordinario: sa che può uscire fuori dall’ansia e ha cercato qualcuno, me,  che gli spiegasse come.

 

 

1 2 3 12