pillole

Pigliate ‘na pastiglia…le sofferenze emotive da cui fuggiamo

Nello scrivere questo articolo, mi è venuta in mente questa vecchia canzone di Renato Carosone il cui ritornello è un tormentone e che, forse, anche i più giovani l’avranno sentita canticchiare.

“Pìgliate na pastiglia, siente a me” era il consiglio che veniva dato al malcapitato per le sue pene d’amore perchè non riusciva più a dormire da 3 mesi e vagava nella notte senza riuscire a prendere sonno.

In effetti prendere un sonnifero sarebbe stato il rimedio più veloce, ma sarebbe stato anche la soluzione più efficace?

Conoscete già la mia risposta: ovviamente no!

L’aspettativa che abbiamo nei confronti di tutto ciò che ci fa star male è che deve essere immediata la soluzione per ogni forma di malessere e di disagio anche emotivo.

Se ci pensi anche le pubblicità dei farmaci da banco ti offrono l’immagine di farmaci sempre più fast, veloci nel farti passare il dolore: non solo l’antidolorifico ma l’antidolorifico ad assimilazione rapida, che in uno schiocco di dita ti fa passare tutto velocemente e non ci pensi più.

Se questo può essere una benedizione in certi casi, in altri può essere un modo di generalizzare questo comportamento anche nei malesseri e disagi emotivi.

Così diventa intollerabile avere a che fare con la tristezza, la paura, la frustrazione: emozioni spiacevoli che hanno, però, l’importante funzione di segnalarci qualcosa nella nostra vita.

Esse non sono qualcosa da cui scappare a gambe levate.

Rappresentano, piuttosto, una leva al cambiamento o una spinta a trovare una soluzione.

Non qualcosa da anestetizzare a suon di farmaci o cercando di “distrarsi”, ma qualcosa da ascoltare.

Un’emozione da attraversare per poi venirne fuori per evitare di cronicizzarsi e ripresentarsi senza venirne fuori.

Una caratteristica delle persone più resilienti, quelle cioè che riescono a far fronte agli eventi che li mettono a dura prova, è il considerare il malessere come parte della vita.

Le persone resilienti accettano il disagio ed il malessere.

Ciò non vuol dire essere vittime e subire passivamente ma concentrare le proprie risorse psicologiche per uscire fuori da una situazione: trovare la via d’uscita.

Proprio ieri sera, il padre di un mio paziente mi chiedeva come mai il figlio che aveva tutto e che si trova in una situazione agiata soffre di ansia sino a stare male e lui, che aveva avuto un’infanzia difficile ed oggettivamente svantaggiata, avrebbe avuto il “diritto” di stare male era, comunque, riuscito a crescere e superare le difficoltà.

Come mai?

Il padre si è trovato in una situazione oggettivamente difficile che ha accettato, magari non in modo semplice e lineare, ed evitando il vittismo ha affrontato gli eventi difficoltosi.

Il figlio ha alle spalle una famiglia che lo segue, un’agiatezza economica: non si trova ad affrontare condizioni oggettive di disagio, ma deve affrontare il suo mondo fatto di emozioni ricche e complesse.

Il problema è che nessuno ci ha mai insegnato a gestire le emozioni e se non ne hai gli strumenti puoi avere difficoltà.

Il compito di suo figlio è paradossalmente più arduo del suo!

Ma sapete una cosa? L’atteggiamento di questo ragazzo di fronte al suo malessere è straordinario: sa che può uscire fuori dall’ansia e ha cercato qualcuno, me,  che gli spiegasse come.

 

 

Gaetana

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1 Commento

  • Cristina Battaglia
    Cristina Battaglia
    03.02.2018

    Complimenti! Magari bastasse una pastiglia!!!!

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